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ROBERTO SALBITANI |
Note sulla fotografia di Luciano Bonuccelli

AFFEZIONI PROFONDE SU CARTONCINO FOTOGRAFICO
| C’è all’interno del variegato arcipelago di immagini di
Luciano Bonuccelli un viavai di stimoli espressivi che al di là
delle immediate apparenze mi sembra si riscontrino poi sempre
allo stesso punto, a ribadire non tanto un’unica visione quanto
l’idealità d’impronta insieme umanistica ed estetica che la
sottende. È questo pensiero che mi resta dentro dopo che tutto
si è decantato (e Dio sa se ce ne sono di sedimenti da filtrare
in fotografia per arrivare al nocciolo della questione) : qui la
tradizione culturale ed artistica ereditata dal passato è
altrettanto importante di ciò che risorge come slancio estetico
nel presente, ed insieme vanno a riversarsi in quello che alla
fin fine ed al di là del bla bla critico è un abbraccio ai poeti
ed ai materiali poetici del mondo, che sono poi il vero
soggetto, al di là delle tante accattivanti policromie, che
l’amico Luciano insegue come un figlio alla ricerca di un padre
meraviglioso e conosciuto in un passato lontano.
Dietro ogni spinta espressiva c’è il perseguimento di qualcosa
che ci manca, che ci è stato come sottratto: le fotografie (come
per la poesia, la pittura, il cinema ecc. ) ne mostrano il
rivestimento, qualcuno dei possibili rivestimenti che possono
anche essere scambiati per quel fine indefinibile sentimento che
li ha generati. Parlando con Bonuccelli attorno alle sue
fotografie non è un caso che il discorso o , meglio, la
narrazione s’allarghi sempre al di là dei cartoncini colorati o
argentati disposti sopra il tavolo finendo per evocare i veri
fantasmi dell’anima inseguiti e poi trovati, che so, in un
Dossetti dalla dolcezza e dalle utopie talmente alte e
sconfinate da sembrare un angelo o in un Raffaele Carrieri che
lo prende per mano e lo introduce nel sensibile eppur
concretissimo regno dove la valuta circostante è la poesia.
Senza questa narratività, di cui le fotografie sono il pretesto
ed il veicolo, queste superfici che si vogliono sensibili
resterebbero lettera in parte morta, orfana delle vere
risonanze che qui fluttuano sotto, appunto, l’ingannevole
fissità delle inquadrature.
Il vero soggetto: una tensione comunicativa a 360° che solo in
parte è sostenuta dalla muta e parziale strumentazione
fotografica. Ragazzo dai mille slanci e dalle briglie sciolte –
ho incontrato per la prima volta Luciano alla fine degli anni
’70 in Versilia quando ha partecipato ad un mio stage incentrato
su “la spiaggia” – ha quello spirito che mi è difficile non
vedere (e spero mi si passerà questo luogo comune) come
“toscano”, civile proprio in senso antico perché accorpato a
quella cultura ed a quell’arte che tutti conoscono. Gradevole
miscela di intelletto e di fantasia che conferisce saldezza
d’animo, socievolezza e gusto per l’affabulazione in chi se ne
nutre. A questo letto di piaceri la fotografia si è adattata con
i suoi presupposti di linguaggio universale e ponte comunicativo
ideale con il mondo. Tutte le avventure estetiche del nostro
versiliese hanno questa misura solare, mai incupita da
estremismi troppo esacerbati, che talvolta, a dire il vero, è
satura al punto tale da rinviare all’assenza di una rigorosa,
continuamente sostenuta e ben definita progettualità di fondo
come avviene negli autori totalmente dediti a questo mezzo, che
lo utilizzano come strumento di indagine e scavo nel profondo.
Altro, mi pare, è il respiro di Luciano: non l’esigenza assoluta
di indicare una linea di fuga dal reale, di opporvisi, quanto
piuttosto di arrivare a sublimarlo questo reale domandolo con lo
slancio della passione ed il metro del raziocinio.
DA QUELLA LONTANA SPIAGGIA
| Dicevo prima di quel nostro primo contatto sulla spiaggia
della Versilia, dove in un luogo e uno spazio aperto, al di
fuori degli scontati usi che i bagnanti ne fanno nella stagione
estiva, cercavo di spingere i miei occasionali e un po’
titubanti “allievi” a tirar fuori qualcosa di personale, che
potesse rispecchiare l’essenza simbolica di una sensazione o di
un pensiero o di una scoperta nel loro (nostro) vagabondaggio
sulla sabbia, lungo il bagnasciuga o tra i manufatti lì
abbandonati in attesa del riuso estivo. Di quell’incontro
ricordo l’affabilità (io a quell’epoca così tirchio di parole…)
e l’amichevole vicinanza di Luciano quando tentato di spiegare
ai fotoamatori locali suoi compagni la differenza che intercorre
tra una scampagnata hobbystica con abbandoni estetizzanti e
l’opportunità di far nascere un dialogo interiore con le cose
apparentemente umili e mute: per avvitare quella tensione
espressiva per il cui scioglimento sarebbe stato necessario il
ricorso a delle immagini davvero “sentite”, nostre.
Oggi che con Luciano le strade si sono di nuovo incrociate – e
questo, lo devo riconoscere, grazie soprattutto a lui, a quel
suo tipo di “inseguimenti” che portano pazientemente all’altro
capo del filo - mi sono accorto che tutto il suo lavoro
fotografico poggia ancora insistentemente su quelle premesse, su
quel suo voler uscire a tutti i costi dal dilettantismo
domenicale e dai suoi vacui antagonismi cercando di assumere le
nuove direzioni espressive e gli snodi che si stavano
sviluppando alla fine di quegli animati anni ’70 e che lo hanno
tirato dentro nel mondo dell’espressione fotografica.
A quegli anni rimonta una fotografia che è anche un’isola –
proprio nel senso letterale di emblema isolato, quasi separato
dal resto – ed è il ritratto in bianconero della madre. Mi
riferisco naturalmente a quell’immagine dei piedi avvolti come
contorti nella loro stessa carne, nella deformazione e
corrosione di quelle unghie che sono state come morse dalla
terra dei campi lavorati lungo tutta una vita. Origine questa
vera e decisiva della vicenda umana di Bonuccelli ed insieme
emblema rappresentativo di quell’origine. Una fotografia potente
dove una parte, un cosiddetto dettaglio, arriva ad evocare e
direi a travalicare quel tutto da cui è tratta. Un’immagine il
cui immediato impatto emozionale mette d’accordo tutti, il poeta
Luzi (e di questa sua ammirazione avrete un riscontro in
un’altra parte di questa pubblicazione) come io credo anche il
più sbadato lettore abituato a sorvolare sulle fotografie. Se
c’è in ogni lavoro espressivo un punto dove la nostra identità,
quello che siamo e da dove veniamo, ridotto all’osso (anzi
all’unghia…nel nostro caso) sale al culmine di una visione
prorompente anche al di là forse delle nostre occasionali
intenzioni, ebbene, in questo caso il centro sta proprio qui.
Ecco però che, come sottolineavo prima, quest’immagine
emblematica prorompe fulminea ed è come se si spiegasse tutto,
per poi rinchiudersi in sé, in un suo isolamento, unica e
irripetibile. Proprio come succede ai simboli. Il realismo del
soggetto e la violenza del chiaroscuro ne fanno un episodio
rivelatore ma separato dall’iconografia distintiva di
Bonuccelli; anche se poi il taglio compositivo riconducibile a
quel tipo di inquadratura che egli opera normalmente di fronte
alle cose. In questo senso no ha seguito, un’isola che forse è
anche una fortezza per impedire di andare oltre, di entrare
troppo dentro. Una visione, una ferita; una messa a fuoco che
trascina un guazzabuglio di ricordi nella ricerca di un segno
nella visibilità. Comprende tutto e s’impone a che viene prima
del fotografo, cioè al figlio innanzitutto. L’antefatto fatidico
che domina dietro e dall’alto la serie intitolata “La mia terra”
ma che se vogliamo indirettamente tira i fili di tutta la
scacchiera di superfici riprese dal fotografo.
Come cerco di evidenziare nel seguito di queste righe, e come
credo risulti lampante a chiunque s’imbatta frontalmente nel
tipo di soggetti e di trattamenti formali assunti da Bonuccelli,
non è certo nello scavo impietoso della realtà e delle sue
asprezze ma piuttosto nella cura ordinatrice che la mente
rivolge ai manufatti ed alle materie, alla loro dimensione
architettonica e spaziale, che va vista l’inclinazione
figurativa ed insieme “astrattiva” di Bonuccelli (un discorso a
parte meritano i “Ritratti” che pur nella loro diversità
rappresentativa sono riconducibili al resto nel segno di
quell’idealità a cui accennavo all’inizio). In ogni caso la sua
fotografia, la sua espressione, si stringe attorno ad una forma
stabilizzatrice che p simultaneamente un giardino ed un recinto.
Riconcilia le contraddizioni, o comunque si sforza di farlo, ed
arriva a sventagliare delle armonie laddove altri partirebbero
lancia in resta forti delle dissonanze.
UN UNICO TERRITORIO DELLA MENTE
| Le serie fotografiche più consistenti di Bonuccelli – perché
più sostenute nel loro sviluppo rappresentativo che è durato per
molti anni (tempo che immaginiamo sottratto a fatica alle
occupazioni familiari e professionali) e perché enucleano le due
modalità espressive che ritengo più efficaci – sono i “Ritratti”
e “La mia terra”.
I “Ritratti” non vanno visti solo nella loro immediata ed
evidente descrittività riferita alle fisionomie di artisti od
intellettuali conosciuti ed alle dimore o agli studi in cui
costoro operano: potrebbero anch’essi se vogliamo essere parte
della “terra” dell’autore, secondo l’accezione più allargata di
rispecchiamento ideale da parte del fotografo nell’espressione
poetica e figurativa di questi artisti o nei lampi dei loro
pensierosi sguardi. Una terra che si precisa nell’humus
culturale prima ancora che nel territorio fisico vero e proprio,
che sta sempre nelle vicinanze, anche quando è lontana
chilometri e chilometri da quella Massarosa dove Luciano
risiede.
Un’idealità dunque che trae nutrimento e si sostanzia nei corpi
e nei volti dei poeti, scrittori, pittori, scultori, storici
incontrati sulla scia di quella prima illuminante amicizia con
il pigmalione Carrieri e che oggi possono essere tranquillamente
visti come delle tappe fondamentali, davvero decisive per la
crescita umana ed artistica di Luciano. Ritratti che sono anche,
come sempre, e forse più di sempre, degli autoritratti; o , per
dire più esattamente, in questo caso, degli autoritratti
elettivi. Perché se è vero che il nostro li innalza, sia
visivamente che nei racconti che ne fa come appendice espressiva
per niente accessoria a queste speciali esperienze, alla sommità
di un percorso esistenziale definito e condizionato dall’amore
per l’arte e dalla pratica quotidiana in materia di creatività,
è anche vero che c’è una ricaduta di questo fascino sul
fotografo che ne è stato speciale testimone. Una più o meno
inconscia inclinazione od aspirazione a trasmigrare in quei
volti e in quelle sensibilità, ad assorbire un velo di
quell’aura quasi “magicamente” in sé e nelle proprie ombre
dell’anima, come potremmo definire i “ritratti” degli altri. Ma
innanzitutto mi sento di affermare che Luciano si sente come un
figlio ed un umile allievo di questi “santoni” dell’arte (ed è
comunque sintomatico per capire lo sviluppo del suo lavoro che
non ci sia traccia di simili figure o personaggi provenienti
dall’arte della fotografia) e soltanto in seconda battuta
diviene mediatore privilegiato nel diffondere e nel rivelare al
mondo questi volti e l’aura che da essi emana.
I
MOTORI VISIBILI ED INVISIBILI CHE TERREMOTANO IL REALE
| Ne “La mia terra” c’è da fare subito una considerazione: qui
mi pare inglobato pressoché tutto l’edificio
linguistico\rappresentativo di Bonuccelli fotografo. Da questo
punto di vista esso a mio parere assorbe in sé anche quelle
serie di fotografie che si rivolgono ad altre materie e ad altri
luoghi, che hanno indubbiamente una loro specificità ma dal
respiro più corto sul piano delle motivazioni espressive e anche
nell’articolazione del discorso visivo. Le “Pietre”, “Lucca”,
“Viareggio”, le vedo appoggiarsi su di uno schema formale
unidirezionale dominante che si reitera e si differenzia senza
però amplificarsi veramente, trasbordando su altre lunghezze
d’onda in grado di aprirsi a nuove chiavi interpretative da
parte dello spettatore (ciò che avviene appunto per i “Ritratti”
e “La mia terra”). Per chiarire meglio questa che è
indubbiamente un’osservazione critica che cala dall’alto e che
non renderà giustizia a tutto ciò che Luciano ha perseguito con
queste serie, mi paiono alla resa dei conti come una palestra
necessaria alla graduale maturazione della sua visione
fotografico\pittorica. Una sorta di campo d’indagine ottico,
formale, su dei materiali dall’immediata ed evidente fotogenia,
con un indubbio valore ed interesse legati al “momento” della
ripresa e ad episodi importanti per le proprie vicende
autobiografiche. Molte delle fotografie inserite in queste serie
rivelano, se mi si consente un commento davvero asciutto, più
una preoccupazione per il “quadro” che per il potere
trasfigurativo che deve avere un lavoro fotografico nello
specifico rapporto che intrattiene con il reale. Posso
certamente sbagliarmi ma io credo che i valori formali e
cromatici delle fotografie più che risultare un fine in sé
dovrebbero fornire degli apporti alla comprensione dei motori
visibili ed invisibili che muovono la realtà. E contribuendo ad
aprire delle finestre privilegiate su ciò che sostanzialmente è,
più che sul come si presenta.
Al contrario i fermenti che agitano i lavori che mi paiono più
solidi vanno oltre quella dimensione un po’ estetizzante che
rischia in altri casi di cristallizzarsi e di impedire uno
sviluppo fotografico a tutto campo, come nell’esempio de “La mia
terra” comprensivo non solo di intrecci autobiografici ma anche
di indagini ambientali che vanno oltre il dato strettamente
locale o transitorio configurandosi in un tutto in cui
descrizione ed astrazione, apparato conoscitivo ed evocazione
simbolica, trovano un efficace equilibrio.
Ritornando ai “Ritratti” mi pare chiaro che è l’uomo che si è
coinvolto prima ancora che il fotografo, a tal punto che il
modulo rappresentativo, in molti altri casi tenuto strettamente
sotto controllo, qui per fortuna lascia trasparire delle
fenditure, come se l’emozione che il fotografo si trova a vivere
a stretto contatto con l’oggetto della sua ammirazione dettasse
le condizioni: queste arrivano a sconvolgere in certi casi le
pianificate regole della composizione, E questo avviene proprio
perché dall’altra parte della lente non c’è una materia
inanimata che si fa rinchiudere docilmente nel recinto mentale
di chi lo sta fissando, al contrario. L’artista che sta
dall’altra parte della lente, insomma l’osservato speciale, che
presumiamo avere in virtù della propria sensibilità e cultura
una sua dimestichezza con il mondo delle immagini e delle
apparenze, non può non avere una sana diffidenza verso la
macchina fotografica. Da questo fronteggiarsi di entità opposte,
cioè dall’autoritarismo decisionale della macchina nella scelta
dell’immagine “giusta” da una parte, e la sana diffidenza
dall’altra parte verso questa irreale “tranche” estratta dal
flusso delle apparenze (che si arroga il diritto di essere
“vera”), derivano tutti quei continui riaggiustamenti, cambi di
rotta e raddrizzamenti di tiro che non permettono ad un modulo
rappresentativo di applicarsi secondo una sua prefissata
schematicità. Ne guadagna la spontaneità dell’incontro, la
freschezza dell’evento come colto sul vivo. Ne guadagna la
sensazione di “verità”.
Il formato quadrato, che in altri lavori è reso funzionale dalla
scelta della posizione da assumere nello spazio divisorio tra
soggetto ed oggetto - cioè dal punto di vista che si precisa in
ragione di minimi calibrati spostamenti dell’obiettivo fino al
taglio compositivo finale – si trova qui a fare i con ti con
l’impossibilità frequente del fotografo di accorciare le
distanze a suo piacimento, come quando a confrontarlo era un
muro di mattoni o una roccia. Si tratta di due tipi di riprese
totalmente diverse, direi esattamente all’opposto, come si può
facilmente intuire. Protendere l’obiettivo spia (per quanto
possa essere minimizzata la sua aggressività da un fotografo
sensibile com’è Bonuccelli, le sue caratteristiche intrinseche
non possono venire cancellate) nell’angolo buio della tana di un
poeta abituato presumibilmente a solitudini e silenzi non è
esattamente come inchinarsi sopra dei ciottoli o sfiorare degli
intonaci! Soggetti dunque questi artisti che è facile
immaginarsi sfuggenti e delicati, facce animalesche e
comportamenti scontrosi che avranno sicuramente tentato di
tenere a debita distanza l’intrusivo occhio di Polifemo. Senza
tener conto del fatto risaputo che la fotografia richiama in
ogni caso la preoccupazione per l’immagine che si è “staccata”
da noi e che non sappiamo in anticipo quando aderirà a quella
che si desidera dare agli altri (qualora ne avessimo una di
precisa in testa); con l’aggiunta quando si tratta di artisti
appartenenti a questa generazione di una presumibile antipatia
nei riguardi della notorietà o comunque della divulgazione di
immagini che li ritraggono. Dunque, ripeto, “animali” difficili
da inquadrare su cui Luciano è riuscito a non gravare con il
peso del giudizio e con la gabbia della cornice.
I
RITRATTI O DELL’IMPOSSIBILITÀ DI INCORNICIARE “FASCI DI NERVI…”
| Tra tanti ritratti impressionanti per la felice scelta del
momento della posizione e della luce a mio parere, (che molti
altri estimatori condividono con me) spiccano quelli di Zeri e
di Bo, ma non da meno sono quelli di Carli di Durbé e di
Vigorelli o della straordinaria “Zorria” avvolta nella
palandrana nera che trafigge l’obiettivo in quel modo penetrante
ed enigmatico a cui assistiamo. Facce come rilievi montuosi dove
ad un certo punto si aprono delle fessure, come implose in sé
stesse che risucchiano i nostri sguardi. Garboli con puntuale
acutezza riferendosi a questi ritratti li definisce “forza
muscolare, bruta, perché per Bonuccelli le persone sono in primo
luogo delle forse, dei fasci di nervi e di muscoli dai quali si
sprigiona un’energia impenetrabile”. Queste forze, queste
energie, Luciano riesce a farle scaturire – ed è questo mi pare
il suo grande merito – da situazioni fondamentalmente
imprevedibili mentre è tutto teso a tenere sotto controllo
l’irrompere istantaneo dei mille accidenti che si susseguono ed
immediatamente svaniscono nel tempo e nello spazio della scena
assunta.
SULL’IMRPEVEDIBILITÀ O SULL’OBBEDIENZA DEL SOGGETTO
| Sa che alla fin fine è lui il vero sorvegliato speciale ed ha
la sensibilità e l’accortezza di non aprire una gabbia per
immobilizzare degli spiriti che ha scelto proprio in virtù della
loro dimensione creativa, del comportamento libero, informale,
talvolta estremamente anticonvenzionale. Così loro possono
restare nelle loro praterie con le uscite dai recinti ben
spalancate. Poi l’evento accade come deve accadere, senza
forzature appunto. Dicevo dell’imprevedibilità: quale differenza
rispetto ai materiali immobili e tranquillamente aggiustabili
come le “Pietre”. I “Ritratti” nuotano nella dimensione
fenomenologica e psicologica della perdita (l’stante già volato
via) e dell’ignoto, dell’imprevedibile (l’istante che sta
sopraggiungendo, inafferrabile) e si risolvono soprattutto
quindi nell’intervento fatidico sul tempo (lo sfondo, il
“fondale”, può aiutare a precisare il tipo di personalità ma non
è determinante). Le “Pietre” o i “Muri” sono al contrario
porzioni di materie obbedienti e scrutate nel corso di durare
temporali allungabili o dilazionabili a proprio piacimento con
il fotografo in attesa di quell’evento luce che è determinante
nel sostanziare forme e cromatismi, cioè il dato estetico nel
suo complesso. In quest’ultimo caso il fotografo è tranquillo
nell’aprire e nel chiudere a suo piacimento la cornice,
all’apice di un controllo compositivo che si spinge fino
all’estremo limite dei bordi. Forme e colori già individuate
dallo sguardo nell’atto di sfilarvi davanti, aspettando insomma
solo il tocco creativo della luce per la definizione conclusiva
dell’insieme.
GLI ATTRIBUTI DEL QUADRATO
| La fotografia di Luciano mi pare evidente che si adatta
benissimo al formato quadrato, ed alla strumentazione che lo
sottende, in ragione proprio della specificità formale e tecnica
che lo contraddistingue e che potremmo riassumere in questo
modo:
1) permette un’osservazione chiara ed attiva una disposizione
meditata degli elementi compositivi in una situazione scenica
frontale
2) l’inquadratura quadrata consente un maggiore equilibrio nelle
direttive verticali\orizzontali che attraversano lo spazio
ripreso frontalmente (ideale in situazioni bidimensionali)
3) dato il maggior ingrandimento e la migliore definizione
dell’immagine sul visore – rispetto al più piccolo formato
rettangolare - permette di osservare meglio le textures, le
trame di dettagli (e microdettagli) di cui è costituita la
realtà materiale
4) la strumentazione che sottende questo formato è meno
intrusiva rispetto alla realtà che riprende: riduce
l’ingombrante presenza del fotografo e quindi tende ad
esercitare una minore influenza sul comportamento che assumono
le persone prese di mira (ricevere in “petto” o in “pancia” la
fotografia, assumendo una postura china, quasi rispettosa, non è
evidentemente la stessa cosa che protendere sul soggetto
l’”occhio di vetro” e la parte alta del corpo, causando una
situazione di incombenza)
5) dal punto di vista dell’effetto visuale e delle sue
derivazioni nella sfera estetica e psicologica, il formato
quadrato sostanzialmente proietta sugli elementi dell’immagine
che vi sono contenuti quegli attributi di perfezione, di
equilibrio, di armonia, correlabili all’alto valore psicologico
che la nostra tradizione culturale assegna alla forma geometrica
del quadrato.
Detto questo c’è da rilevare la difficoltà nell’applicazione
della cornice quadrata all’istantaneo e caotico irrompere degli
eventi, dei molteplici accidenti che simultaneamente sciabolano
la realtà tridimensionale, così come la percepisce la nostra
visione oculare (che incornicia circolarmente il visibile).
Servirsi in modo proficuo della forma quadrata (o anche
circolare) per contenere gli elementi del visibile, che sono
quasi sempre affini o riconducibili alle forme rettangolari,
mette in moto una disciplina particolare dello sguardo e della
composizione; non può certo essere una cornice passe-partout da
usare sempre, idonea a tutti i soggetti. Le componenti ideali
nel carattere di Luciano e l’impostazione equilibrata del suo
vedere fotografico giustificano pienamente l’utilizzo diffuso di
questo modello di inquadratura per i soggetti a cui si rivolge.
LA MIA TERRA
| È all’interno de “La mia terra”, una di quelle serie che
durano tutta una vita, che intravedo gli elementi portanti
dell’apparato espressivo di Luciano (dagli esiti fotografici
davvero diversi rispetto a quelli dei “Ritratti”). È un lavoro
rimasto a lungo come smembrato perché attraversato da diversi e
successivi approcci espressivi alla tematica che affronta; così
è per il filo narrativo di un impianto a stratificazioni ceh
cerca di ricomporre i vari frammenti simbolici. Ma questo credo
sia anche il fascino di questo lavoro intrattabile e di
difficile lettura, avviato in quegli anni ’70 che assorbivano in
sé motivazioni e ricerche di largo respiro.
Il tema affronta le nuove trasformazioni che stravolgono
l’identità e l’essenza di quella campagna dove Luciano è nato e
cresciuto e verso la quale ha rivolto il suo obiettivo fin dagli
inizi. Si va dalle vicende autobiografiche avvolte nei ricordi
d’infanzia e dell’adolescenza – a cui rimanda l’emblema dei
piedi della madre di cui parlavamo all’inizio - alla presa di
coscienza maturata attorno al rivolgimento senza ritorno dei
valori che esprimevano un tempo il mondo agricolo e naturale. Su
quelle nere zolle e su quegli orizzonti aperti si stagliano ora
le serre, i capannoni, i teloni di plastica che sembrano
avvolgere oscuri ammassi di vegetali, e tutti gli annessi e
connessi (compresi gli immancabili piloni dell’elettricità) che
si trascinano dietro queste strutture transitorie e spesso
fatiscenti.
C’erano qui tutti gli elementi utili ad un certo tipo di
fotografo per costruire un rilevamento documentario adatto a
sollevare questa particolare problematica ambientale, magari in
chiave giornalistica. Ma questo non è, come ormai risulterà
chiaro, nella natura e nella cultura di Luciano. Prevale la
caratterizzazione architettonica qui portata al massimo grado di
sviluppo e di potenzialità. Il retroterra di geometrie mentali
mette ordine ed innalza queste architetture povere molto al di
sopra del livello del conflitto: il ripetuto fascino per le
simmetrie ne è la prova lampante. Tutto ciò punta
sull’inquadramento, al decantazione, la sublimazione, cioè su
quella corrente dominante che percorre tutto il lavoro di
Bonuccelli.
Ma ci sono altri riferimenti in “La mia terra” che tentano di
sottrarsi a questa mente ordinatrice e che fanno sentire le loro
tensioni dall’interno. Lo spessore visuale della serie ne esce
notevolmente arricchito. Mi riferisco a quelle forze che vediamo
prorompere in particolare nelle fotografie a pagina 17, 60, 64,
65, 66, 67, 69, 79 e 86. Il quadro generale denuncia delle
rotture, l’edificio ben costruito fa uscire allo scoperto delle
energie incontrollabili dove forse si rispecchiano le
contraddizioni che credo Luciano abbia vissuto nel rapporto con
la sua terra ed il suo passato. Sono sensazioni che ho ricavato
dall’osservazione di queste immagini e che mi riesce difficile
trasmettere a parole e collegarle ad un discorso logico: forse
sono solo frutto della mia immaginazione! Ma prendiamo per es.
l’immagine a pagina 78 dove gli ammassi informi di quelle che
dovrebbero essere delle piante, avvolte nella plastica, sembrano
come venir rianimati dai fasci di luce che piovono dall’alto:
premono da sotto, spingono per rompere i lacci. O l’immagine
pubblicata in copertina. Al di là dei vetri di un’imponente
serra il cui tetto riecheggia la forma della ali di una farfalla
c’è un fluttuare di luci e di ombre: come se una sorta di nube
gassosa premesse dal di dentro per uscire fuori. Due fotografie
che potrebbero sollevare un enigma. Forse qualcosa di
indefinibile si agita e si rifiuta di farsi contenere nei teloni
di plastica ponendo degli interrogativi alle intelaiature della
mente dell’autore, che vengono così rinviati a quella dello
spettatore. O almeno, come vorrei fosse chiaro, alla mia
immaginazione.
|
Roberto
Salbitani (Padova, Italia, 1945). Fotografo e saggista. Pubblicato
i seguenti libri::
Immaginesimo (1974), La Città Invasa
(1978), Incontri con animali straordinari (1992),
Il viaggio (1994) e Minatori dell’argento.
Lotte agli alogenuri in camera oscura (1994).
Contatto con Roberto Salbitani:
info@scuolafotografianatura.it.
Contatto con Luciano Bonuccelli:
lucianobonuccelli@gmail.com.
Pagina illustrata con opere di Luciano Bonuccelli (Italia), artista
ospite in questo numero di ARC. |

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